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Sonetti PDF

 

Nota testuale: Esistono di questa operetta due autografi, uno alla Nazionale di Napoli (AN XV. 17), la cui stesura originale va riportata, grossomodo, fra la fine di aprile e l’inizio maggio 1817. Il secondo a Visso (MC, sigla del ms. AV), che servì alla prima e unica edizione – vivente l’autore – dei Sonetti, all’interno dei Versi del conte Giacomo Leopardi, Bologna 1826, dalla Stamperia delle Muse, Strada Stefano n. 76, Con approvazione, p. 35 ss. (comunem. siglato B26). Il testo qui presentato la riproduce tal quale, tranne che a V, 12, ove al tràdito «vo», presente sia nell’autografo vissano che nella stampa, si è aggiunto, per uniformità al costante usus leopardiano, il segno di troncamento (il semplice «vo», in Leopardi, va letto “vado”, non “voglio”). Non è elegante dirlo, ma è pur doveroso, l’edizione Flora, al solito seguìta pedissequamente dai Binni-Ghidetti e dal Rigoni, nonché mediatamente dal Felici, è letteralmente da dimenticare, e l’espressa dichiarazione di conformità al testo bolognese da parte del critico campano è, nella migliore delle ipotesi, il frutto di una collaborazione fallace, per non dir mendace, che ha esemplato sulla disgraziata edizione del Mestica del 1899, invece che sui Versi. Per cui, prima dei recentissimi Giovannuzzi 2002 (ma è un’anastatica) e Gavazzeni 2009, la miglior edizione postuma dei Sonetti rimaneva di gran lunga quella del Piergili (1889). Maggiori dettagli nel mio studio storico linguistico testuale (PDF) che richiede però un aggiornamento, in quanto l’auspicata visione dell’autografo napoletano, grazie al medesimo Gavazzeni, si è finalmente realizzata, ma ha anche evidenziato la necessità di colmare le lacune del mio lavoro. Posso per altro anticipare che in questo caso l’edizione Gavazzeni (nella fattispecie Silvia Datteroni) ha il merito di dare un testo finalmente affidabile, forse con un pizzico di fortuna, ché non è segnalata in apparato la congettura al menzionato V, 12 or vo’ (p. 306), che va contro ai criteri generali dell’edizione, per cui mi vien malizioso dubbio che si tratti di una svista, una volta tanto felice. Buona, anche se non sempre condivisibile, la nota critica sui testimoni, che si giova degli studi di Marcello Andria. Lacunosa invece una storia della tradizione a stampa imprecisa e veramente ridotta all’osso, che dopo l’edizione bolognese del ’26 si limita a citare il solo Piergili, dimenticando clamorosamente non solo e non tanto i Mestica 1899 e i Flora, quanto la lemonnieriana del 1845 (gli Studi filologici del Pellegrini e del Giordani), che per oltre quarant’anni fu la vulgata editio dei Sonetti, e venne più volte ripresa, prima del Piergili, da altre edizioni (es. Guigoni e Sonzogno, ed altri; non però il Mestica 1886, che già, prima del Piergili, esemplava sui Versi). Per il resto il solito deleterio feticismo ai criteri dell’edizione, con note filologiche prolisse e inconcludenti; l’apparato infine, oltre ad essere strutturalmente infelice, contiene non poche sviste e imprecisioni, fin nello stesso titolo, che presenta gravi dislessie.

La breve avvertenza iniziale, o piuttosto avvertimento (così, riferendosi ad esso, Ranieri e Giordani, ma è termine che si ritrova anche nell’autografo napoletano), è da far risalire, cronologicamente, a ridosso della stampa. La tesi di Marcello Andria di una stesura intermedia, grossomodo seconda metà del 1821, è stimolante, ma, affidata com’è più al dato grafico, che a quello storico, non par affatto convincente. In base agli elementi interni mi sentirei di sostenere che le fasi sono almeno quattro, di cui la seconda invece che al 1821 andrebbe in parte anticipata al 1818, in parte rimandata al 1825-26. Daterei la quarta al 1826, forse vicino alla stampa.

 

Metro – “Catena” di sonetti caudati in stile bernesco; il termine “corona”, usato da molti critici, non può veramente definirsi scorretto, anche se, nella fattispecie, è un pochino fuorviante, non tanto per Leopardi, ma per il modello di riferimento: il Caro scrisse, contro il Castelvetro, la catena dei dieci mattaccini caudati, e di sèguito una corona di nove sonetti regolari, per cui facile è la confusione, e alcuni critici si sono, di fatto, confusi. Schema di base ABBA ABBA CDE CDE eFF, ma con molte variazioni nelle terzine (cfr. il mio studio alla fine dell’Introduzione). L’approssimativa nota metrica dell’ed. Gavazzeni si rifà a Mario Marti 1995, anche se non citato, e ne ripete pari pari gli errori.

 


 

SONETTI

IN PERSONA

DI SER PECORA FIORENTINO BECCAIO

MDCCCXVII

 

Questi Sonetti, composti a somiglianza dei Mattaccini del Caro, furono fatti in occasione che uno scrittorello, morto or sono pochi anni, pubblicò in Roma una sua diceria nella quale rispondendo ad alcune censure sopra un suo libro divulgate in un Giornale, usava parole indegne contro due nobilissimi letterati italiani che ancora vivono. Come nei Mattaccini del Caro sotto l’allegoria del gufo e del castello di vetro dinotasi il Castelvetro, parimente in questi Sonetti disegnasi il detto scrittorello sotto l’allegoria del manzo. Il nome del beccaio è tolto dalla Cronica di Dino Compagni, la quale fa menzione di un beccaio fiorentino di quei tempi, detto per soprannome il Pecora.

 

 

SONETTO I

 

Il Manzo a dimenarsi si sollazza,
Cozza col muro e vi si dicervella,
Con la coda si scopa e si flagella,
Scote le corna e mugge e soffia e razza.

 

Con l’unghia alza la polve e la sparnazza;
Bassa ‘l capo, rincula e s’arrovella,
Stira la corda, strigne la mascella,
E sbalza e salta e fin che può scorrazza.

 

Dálle al muro: oh per certo e’ gli vuol male.
Ve’ come gli s’avventa: animo: guata
Se non par ch’aggia a farne una focaccia.

 

Oh gli è pur duro, Manzo, quel rivale.
Va, Coso, e ‘l tasta d’una tentennata,
E gli ‘nfuna le zampe e glien’allaccia.

 

E s’oggi non gli schiaccia
Il maglio quelle corna e quel capone,
Vo’ gir sul cataletto a pricissione.

 


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SONETTO II

 

Su, scaviglia la corda. Oh ve’, gavazza
E tripudia e ballonzola e saltella:
Non de’ saper che ‘l bue qui si macella:
Via, per saggio, lo tanfana e lo spazza;

 

Via gli fruga la schiena e gli spelazza:
E’ dà nel foco giù da la padella.
Le corna gli ‘mpastoia e gli ‘ncappella;
Ammanna la ferriera, e to’ la mazza.

 

Su, Cionno, ravvilúppati ‘l grembiale,
Gli avvalla il capo, cansa la cozzata,
E giuca de la vita e de le braccia.

 

Ve’, s’arrosta e s’accoscia: orsù, non vale:
Gli appicca, Meo, sul collo una bacchiata,
Fa che risalti in piede, e gli t’abbraccia,

 

E ‘l tira, e gli ricaccia
Le corna abbasso, e senza discrezione
Gli accomanda la testa a l’anellone.

 


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SONETTO III

 

Ve’ che ‘l tira, e s’indraca e schizza e ‘mpazza:
Dagli ‘n sul capo via, che non lo svella;
Su, gli acciacca la nuca e la sfracella.
Ma ve’ che ‘l maglio casca e non l’ammazza.

 

Oh che testa durissima, oh che razza
Di bestia! i’ vo’ morir s’ha le cervella.
Ma gli trarrò le corna e le budella
S’avesse la barbuta e la corazza.

 

Leva ‘l maglio, Citrullo, un’altra fiata,
E glien’assesta un’altra badiale,
E l’anima gli sbarbica e gli slaccia.

 

Fagli de la cucuzza una schiacciata:
Ve’ che basisce, e dice al mondo, vale;
Suso un’altra, e ‘l sollecita e lo spaccia.

 

In grazia, Manzo, avaccia:
A ogni mo’ ti bisogna ire al cassone,
Passando per li denti a le persone.

 


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SONETTO IV

 

E’ fa gheppio. Su l’anca or lo stramazza,
L’arrovescia; e lo sgozza e l’accoltella.
Ve’ ch’ancor trema e palpita e balzella,
Guata che le zampacce in aria sguazza.4

 

Qua, chè già ‘l sangue spiccia e sgorga e sprazza,
Qua presto la barletta o la scodella;
Reca qualcosa, o secchia o catinella
O ‘l bugliuolo o la pentola o la cazza:

 

Corri pel calderotto o la stagnata,
Dà di piglio a la tegghia o a l’orinale;
Presto, dico, il malan, che ti disfaccia.

 

Di molto sangue avea quest’animale:
Mo fagli fare un’altra scorpacciata,
E di vento l’impregna e l’abborraccia.

 

Istrígati e ti sbraccia:
Mano speditamente a lo schidone;
Busagli ‘l ventre, e ‘nzeppavi ‘l soffione.

 


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SONETTO V

 

Senti ch’e’ fischia e cigola e strombazza:
Gli è satollo di vento: or lo martella,
E ‘l dabbudà su l’epa gli strimpella
E ne rintrona il vicolo e la piazza.

 

Ve’ la pelle, al bussar, mareggia e guazza:
Lo spenzola pel rampo a la girella:
Lo sbuccia tutto quanto e lo dipella;
E ‘l disangua, lo sbatti e lo strapazza.

 

Sbarralo, e tra’ budella e tra’ corata,
Tra’ milza, che per fiel più non ammale,
E l’entragno gli sbratta e gli dispaccia.

 

D’uno or vo’ ch’e’ riesca una brigata:
Gli affetta l’anca e ‘l ventre e lo schienale,
E lo smembra, lo smozzica, lo straccia.

 

Togliete oh chi s’affaccia:
Ecco carni strafresche, ecco l’argnone:
Vo’ mi diciate poi se saran buone.

 


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© 08-02/2010—> 15.11.2011