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Staurós: palo o croce?

Avvertenza — Questa divagazione extra-leopardiana è suggerita da alcuni colloqui, avvenuti nel luglio-agosto 2011, con testimoni di Geova. Chi scrive è agnostico, e affronterà il tema dal solo punto di vista storico e filologico. I testi che commento, graziosamente offertimi dalla loro cortesia, sono presenti in rete in decine di siti (centinaia se includiamo le versioni straniere), per cui li presumo di pubblico dominio (fonte primaria la NWT, pp. 1577-78), e comunque ne riporto solo estratti. N.B. In questa pagina uso, causa il greco, lo standard Unicode. I browser datati non l’interpretano correttamente.

 

Sigle & terminologia:

 

TdG — Testimone/-i di Geova.

NWTNew World Translation of the Holy Scriptures, traduzione inglese della Bibbia da parte dei TdG.

TNMTraduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture dei TdG, in Italiano.

VTVecchio testamento.

NTNuovo testamento.

staurós — Gr. σταυρός, in origine singolo palo, su cui venivano inchiodati e appesi i condannati (crux simplex).

stipes — palo (singolo) verticale.

patibulum — traversa orizzontale, su cui venivano inchiodati e appesi i condannati, apponendola sullo stipes.

crux, crux compacta — la croce, come la intendiamo comunemente (o anche a forma di tau).

crux commissa — Croce a due bracci, a forma di tau (Τ).

crux immissa — Croce a due bracci, a forma tradizionale (†).

Premessa sul «palo di tortura»

La NWT traduce spesso staurós con ‘torture stake’, che non è del tutto infelice, perché richiama all’Americano (mai dimenticare che i TdG hanno il quartier generale in Brooklin) gli analoghi torture stakes dei Pellirosse. Ma la traduzione italiana, mediata sulla versione inglese (quindi di seconda mano), meno venata da questa connotazione storico-geografica, non sembra perspicua. Se mai ‘palo del supplizio’, ‘dell’agonia’, ‘della morte’, o simili lepidezze: la tortura vera e propria era già stata effettuata in precedenza, anche se il trasporto, da parte del condannato, della croce/stipite/patibulum che si fosse, era certo una ulteriore sevizia, ma più una sorta di gogna che una tortura in senso stretto. Comunque la TNM si riscatta in Matth. 27, 22: «Pilato disse loro: “Che farò dunque di Gesù il cosiddetto Cristo?” Tutti dissero: “Al palo!”»; ove la consorella americana recita uno straniante let him be impaled (lett. ‘fallo impalare’). Per inciso, è sorprendente, da parte dei TdG marcati US, quest’uso traslato dell’impalazione: negano un traslato a staurós per 1000 anni, ma non esitano a servirsene, stantes pede in uno, quando fa loro aggio.

La traduzione della Bibbia dei TdG è solitamente assai letterale, per cui si sarebbe dovuto scrivere semplicemente ‘palo’, senza specificazione. Certo, in tal modo ne sarebbero ridotte le valenze pregnanti, storicamente ovvie e naturali nel termine ‘croce’, che contempla in un sola parola senso stretto e senso traslato. Il fatto è che la NWT paga la tendenziosità dei redattori, che se in parecchi luoghi han dato buona prova di sé, hanno costantemente adattato i testi alle loro tesi (se strampalate o meno, ciò esula dallo specifico di questo scritto), spesso non condivisibili, come nel caso del sistematico inserimento non tanto nel Vecchio, quanto soprattutto nel Nuovo Testamento del termine ‘Geova/Jehovah’ [pron. ingl. dʒi’houvə:], strano ibrido e nome in realtà mai esistito prima dei Masoreti (discutibile, ma più coerente, sarebbe scrivere Jahveh, che almeno ha qualche probabilità di cogliere nel segno). Sostituirlo, nel NT, a κύριος, è operazione molto azzardata. Non parlo, sia chiaro, della supposta congiura di cristiani apostati dei primi secoli, che avrebbero sostituito con κύριος l’originale teragramma JHVH (altra tesi discutibile che porterebbe a concludere che anche la NWT sia opera di apostati che si son permessi di cambiare a loro arbitrio le Scritture tràdite, oltre che il nome vero di Dio). Parlo solo dell’aspetto filologico, ovvero della mancanza di acribia nell’intervenire 237 volte sul testo tràdito senza valide giustificazioni ecdotiche. Citazioni dal VT? Sia pure, di per sé complesso e rischioso sostituirvi un tetragramma; ma ascientifico tout court sostituirvi un termine dell’Alto Medioevo.

N.B. — Lo stile grassetto, nelle citazioni, è mio, per porre in rilievo alcuni punti.

Staurós: (ipo)tesi a confronto

TdG

 

Ego

«Strumento come quello su cui fu messo a morte Gesù […] Nel greco classico il sostantivo stauròs, reso “palo di tortura” nella Traduzione del Nuovo Mondo, indica principalmente un’asta o palo diritto, e non c’è nessuna prova che gli scrittori delle Scritture Greche Cristiane lo usassero per indicare un palo con un braccio trasversale».

 

Argumentum ex silentio, di cui noto è il poco valore: non c’è nemmeno prova del contrario; di più, nelle stesse Scritture vi sono indizi numerosi — checché ne pensino i TdG — che fanno pensare a un braccio trasversale, mentre esistono nella tradizione (Plauto, Cicerone, Dionigi d’Alicarnasso, Seneca, Luciano ecc.) diverse suggestioni che questa era la prassi procedurale romana. Gesù fu condannato da un tribunale romano, anzi dalla maggior autorità romana in Giudea, in un processo addomesticato ma di gran rilievo, perché ne furono protagonisti le massime autorità (oltre a Pilato, Caifa ed Erode) per cui è impensabile che non si seguisse la prassi formale della giustizia romana, che contemplava via crucis con patibulum, flagellazione (secondo i Vangeli, nella fattispecie, anteriore alla via crucis) e crocefissione con stipes preesistente.

«Quasi tutte le traduzioni della Bibbia dicono che Cristo fu “crocifisso” […] a motivo della comune credenza che lo strumento di tortura a cui fu appeso fosse una “croce” fatta di due pezzi di legno e non un unico palo. La tradizione inoltre, non le Scritture, dice che il condannato portava solo il braccio trasversale della croce, chiamato patibulum, anziché le due parti. In questo modo alcuni cercano di sormontare l’obiezione che il peso sarebbe stato eccessivo perché un uomo solo potesse trascinare o portare il palo fino al Golgota».

 

Strumento di supplizio, non «strumento di tortura», i cui strumenti propriamente erano sferze e flagelli. Ma ciò è cavillare: piuttosto, l’opposizione fra tradizione e Sacre Scritture è strumentale, in quanto per lo storico anche le Scritture sono tradizione, perché anch’esse costituiscono testimonianza indiretta o secondaria. Testimonianza che oltrettutto non solo non smentisce il resto della tradizione, ma reca tracce di essa; es. NT, Joh. 19,37 (qui in Appendice; e non è la sola). Quanto all’obiezione, sarebbe ragionevole se lo storico credesse ancora al trasporto della croce intera; poiché così non è, è lo storico che fa obiezione al TdG: provati tu dopo esser stato flagellato a portare sulle spalle, su per un’erta, una crux, semplice o compacta che fosse! E difatti la prassi romana era quella del patibulum, non certo quella del singolo stipes, che pesava il doppio, o della crux, che pesava il triplo. E lo afferma proprio la tradizione: bene inteso, intesa non come «comune credenza»; ma come lo storico la intende: Plauto, Cicerone, Giovanni, ecc.

«Ma cosa ebbero a dire al riguardo gli stessi scrittori della Bibbia? Essi usarono il sostantivo greco stauròs 27 volte e i verbi stauròo 46 volte, synstauròo (il prefisso syn significa “con”) 5 volte, e anastauròo (anà significa “di nuovo”) una volta. Inoltre usarono 5 volte il sostantivo greco xỳlon, “legno”, in riferimento allo strumento di tortura su cui fu inchiodato Gesù».

 

Pura statistica; per xýlon vedi infra.

«[…] Stauròs, sia nel greco classico che nella koinè, non dà affatto l’idea di una “croce” fatta di due pezzi di legno. Significa solo un palo diritto, come quelli che si potrebbero usare per fare un recinto, uno steccato o una palizzata. Il New Bible Dictionary (a cura di J. D. Douglas, 1985, p. 253), alla voce “Croce”, dice: “Il termine gr. per ‘croce’ (stauròs, verbo stauròo . . .) significa principalmente trave o palo diritto, e secondariamente un palo usato come strumento di punizione ed esecuzione”».

 

La koinè nasce, con le conquiste di Alessandro, a fine IV sec. a. C. In oltre 300 anni staurós poteva evolvere cento volte il suo significato, specie a fronte di un’usanza romana — e Roma era caput mundi — che adoperava un supplizio consimile, ma diverso nella esecuzione materiale. Stessa evoluzione nel Medioevo dove at the stake (‘al palo’) significherà ‘al rogo’, mentre in tempi a noi più vicini shot at the stake (‘colpito al palo’) varrà ‘fucilato’. Ciò che non è sufficientemente documentato sono i tempi dell’evoluzione, non l’evoluzione stessa; che c’è stata, perché a un certo punto staurós diviene un equivalente di crux. Quando? a giudicare dalla tradizione, diretta e indiretta, le prime attestazioni potrebbero trovarsi proprio nei Vangeli. Che è lettura meno ipotetica dell’ipotesi contraria, che non poggia su nulla, se non su superficiali smentite — quando non sono omissioni deliberate — delle testimonianze contrarie. In effetti il problema è che i TdG non hanno nessuna prova positiva della loro tesi: tutto quel che sanno dire, in base al nulla, è che nel 300/200 a. C. stauròs equivale, grossomodo, a stipes. Poi silenzio assoluto, fino al III-IV sec. dopo Cristo. Questa, in buona sintesi, è la loro unica argomentazione. Se tale può dirsi; in realtà una frittata, che si può rivoltare: Polibio e Diodoro scrivono in quella che loro orecchiano come koinè; ma dalle loro testimonianze non si desume affatto la forma dello strumento di supplizio. Per cui, parafrasandoli, non esiste nessuna prova che nella koinè staurós significasse esclusivamente una crux simplex.

Quanto al Douglas (1962, prima che 1985; autore della voce J.B. Torrance), i TdG, furbescamente e maldestramente, secondo un modulo già collaudato (e confutato…) col dizionario Liddel-Scott della Le Monnier, non citano il seguito, da cui risulta inequivocabile che il Douglas è assertore, nel caso del NT, della croce tradizionale, che considera «rafforzata dai riferimenti nei quattro Vangeli», con numerose citazioni. Più sotto ancora egli mostra di tenere per buono il trasporto del solo braccio verticale: «era questo il patibulum — non la croce intera — che Gesù era troppo debole per portare e venne trasportato da Simone di Cirene». [avevo offerto un link, purtroppo ora obsoleto, ma ne conservo copia per tutti i TdG che desiderassero controllare sul campo la serietà e la deontologia di chi li ammaestra in maniera ingannevole]

«Il fatto che Luca, Pietro e Paolo abbiano usato anche xỳlon come sinonimo di stauròs è un’ulteriore prova che Gesù fu messo al palo su un legno diritto senza un braccio trasversale, poiché tale è il significato di xỳlon in questo particolare contesto. (At 5:30; 10:39; 13:29; Gal 3:13; 1Pt 2:24). Xỳlon ricorre anche nella Settanta greca in Esdra 6:11, dove si parla di un’unica trave […]».

 

Illazione, non «ulteriore prova»: ‘legno’ (= xýlon), per metonimia o metafora che dir si voglia, può star comodamente per qualsiasi qualcos’altro (così come ‘ferro’ sta sia per spada, per ferro da calza o per la carne ai ferri). Es. famoso in Dante, Inf. XXVI, v. 100 s.: ma misi me per l’alto mare aperto, Sol con un legno ecc. ove legno = nave (stessa metonimia già in Eschilo, floruit V° sec. a. C.); o nel settecentesco abate Parini (L’Auto da fe, v. 34) che lo usa proprio per indicar la croce; e basta un semplice Rocci per ritrovarlo riferito anche al cavallo di Troia (Ant. Pal.) o addirittura a un semplice cucchiaio (Diosc.). Il termine xýlon può stare indifferentemente sia per palo che per croce, o anche per più pali, per tavole, per alberi (in almeno un caso, senza volerlo prendere alla lettera, la Bibbia dei Settanta — circa 150 a. C. — parla indiscutibilmente di «legno doppio»), su cui similmente poteva inchiodarsi un condannato. Forse il termine ebraico conosce un minor numero di traslati ma resta il fatto — e tralascio la spinosa e controversa questione della lingua degli originali — che i nostri testi qui extant sono scritti in Greco, che conosceva da secoli il senso metaforico del termine. Ma è questione irrilevante, perché il punto primo è un altro: xýlon rimanda a staurós, anzi — lo dicono proprio i TdG— è un «sinonimo di stauròs». Non è vero però il contrario; quindi niente affatto «un’ulteriore prova», perché resta da definire il significato di staurós nel NT. Solo dopo aver definito staurós si potrà definire xýlon, non viceversa. Quanto ad Esdra, è semplicemente fuori contesto, in quanto antecedente la koinè. Anche perché qualsiasi citazione del VT da parte del NT non puoi mai essere sicuro se prenderla alla lettera o in senso figurato: Euangélion è semanticamente la buona nuova, ove non solo la legge antica viene rinnovata, ma anche il significato di espressioni antiche.

«[…] non è possibile confondere stauròs con la croce della tradizione ecclesiastica. Che il palo di tortura fosse portato da un solo uomo, Simone di Cirene, come dicono le Scritture, è del tutto ragionevole, poiché se era lungo 3,5 m e aveva un diametro di 15 cm pesava probabilmente poco più di 45 kg. […]»

 

Tesi che trae conclusioni da ipotesi non dimostrate sul significato del termine staurós, la cui diacronia semantica non è mai chiarita dai TdG. Inoltre 45 Kg. son tanti da portare a spasso, in tragitti non brevi, spesso in salita, per uomini che avevano subito ogni sorta di sevizie e vessazioni (Joh. 19 non parla del Cireneo, ma anche stando ai sinottici, è chiaro che l’adoperar un “sostituto” non era la prassi; probabilmente i Romani, che non erano affatto limitati dalle quaranta meno una frustate del Talmud — cfr. Deut. 25, 3 —, erano andati un po’ troppo sul pesante). Se è vera la stima, per altre fonti ottimistica, il patibulum pesava all’ingrosso la metà. Ipotesi più economica, e quindi più scientifica, perché questa sì, più «ragionevole».

Una curiosità: 1 m interrato + 1 m dalla base ai piedi + 1, 80 m il corpo (1,83 nella Sindone) + 30 cm il titulus: totale approssimativo… oltre 4 metri. Ovvero, anche restringendo, i TdG si sono dimenticati le tanto amate braccia distese sopra la testa: altri 60/70 cm, oltre che ulteriori 10 Kg di peso; vale a dire uno stipes di almeno 55/60 Kg, che un povero cristo flagellato con non meno di un centinaio di frustate — tali erano gli usi romani — si sarebbe dovuto sorbire per diverse centinaia di metri (purtoppo non sappiamo con precisione ove fosse ubicato il Pretorio, ma si oscilla da 400 a 800 metri di distanza dal Golgota, a seconda delle ubicazioni possibili; in ogni caso sempre con ripidi saliscendi).

«Si noti cosa dice […] W. E. Vine: “STAUROS (σταυρός) indica principalmente un’asta o palo diritto, sul quale i malfattori venivano inchiodati per l’esecuzione. Sia il sostantivo che il verbo stauròo, fissare a un’asta o palo, in origine vanno distinti dalla forma ecclesiastica di una croce a due bracci”. Il grecista Vine menziona quindi l’origine caldea della croce a due bracci e come la cristianità l’abbia adottata dai pagani nel III secolo E.V. quale simbolo della morte di Cristo. — Vine’s Expository Dictionary of Old and New Testament Words, 1981, vol. 1, p. 256».

 

Tutti i dizionari, seri e men seri, elencano prima il termine originario di quello derivato, che nulla vieta fosse d’uso più comune (chi tradurrebbe cerno, in senso stretto, passo al setaccio?). Resta, al solito, da stabilire quando il termine traslato si sia imposto. L’origine pagana non significa nulla: anche il palo è simbolo pagano; oltre che fallico, come dimostra anche la pratica dell’impalamento, più antica della crocifissione. Non riguarda lo storico se il TdG, in ossequio alle sue convinzioni, sostituisca un simbolo pagano, con un simbolo parimenti pagano e precristiano (si pensi agli obelischi egiziani). Riguarda invece lo storico quando si falsano le date: a tacer del NT, Barnaba, Giustino, Ireneo (per non parlare di Luciano, non cristiano) non scrivono nel III sec., ma nel II sec. d. C. Per inciso il testo del Vine, buon grecista ma discutibile e discusso, risale a oltre settanta anni fa (quando i TdG impareranno che bisogna riportare la data della prima edizione?).

«[…] The Cross in Ritual, Architecture, and Art: “È strano, eppure certo, che in epoche molto più antiche della nascita di Cristo, e, successivamente, in paesi non raggiunti dagli insegnamenti della Chiesa, la Croce sia stata usata come simbolo sacro. . . . Il greco Bacco, il tiro Tammuz, il caldeo Bel e il norvegese Odino furono tutti simboleggiati presso i loro devoti da un oggetto cruciforme”. — G. S. Tyack, Londra, 1900, p. 1».

 

Lo stesso vale per il palo. V. nota precedente. Per inciso, la pratica della “inchiodatura”, si ricollega ai miti sul vampirismo. Si inchioda il nosferatu alla tomba, non per farlo morire — è già morto! — ma per evitare che egli possa uscir dalla tomba e tornare a turbare il mondo dei vivi… D’accordo, non c’entra nulla. Perché, c’entrano qualcosa Odino Baal Dionìso? Se i TdG sono affetti da sindrome iconoclasta, è altro problema, che va distinto dalla questione filologica. Mescolarvelo, come fanno loro, significa complicare con elementi allotri una questione puramente linguistica ed asservirla a un’ideologia preconfezionata.

«[…]The Non-Christian Cross aggiunge: “In nessuno dei numerosi scritti che formano il Nuovo Testamento esiste una sola frase che, nel greco originale, costituisca anche una prova indiretta che lo stauròs usato nel caso di Gesù fosse altro che un ordinario stauròs; tanto meno che consistesse non di un solo pezzo di legno, ma di due inchiodati insieme a forma di croce. . . . Non poco capzioso da parte dei nostri insegnanti è il tradurre il termine stauròs ‘croce’ per rendere nella nostra lingua i documenti greci della Chiesa, e il sostenere tale azione inserendo ‘croce’ nei nostri dizionari quale significato di stauròs senza spiegare bene che tale non era affatto il significato principale del termine all’epoca degli Apostoli, non diventò il significato principale che molto tempo dopo, e diventò tale, se mai, solo perché, nonostante l’assenza di ulteriori prove, per una ragione o per l’altra si presumeva che il particolare stauròs su cui fu messo a morte Gesù avesse quella particolare forma”. — J. D. Parsons, Londra, 1896, pp. 23, 24; […] ».

 

Altra discutibilissima testimonianza datata, contraddetta proprio dal NT, ove le frasi «indirette» esistono. Soliti argumenta e silentio, oltretutto viziati dal fatto che Parsons ignora completamente le testimonianze divergenti dei classici grecolatini (Plauto, Cicerone, Seneca ecc.), atte a chiarire il metodo istituzionale di crocefissione adoperato dai Romani; anzi, a p. 31, travisa platealmente Liv. 28, 29, 11, ove il termine crux non ricorre affatto (deligati ad palum, virgisque caesi et securi percussi cioè legati a un palo, straziati con verghe e poi decapitati); spesso distorce quelli della prima patristica e annessi (memorabile la lettura fuorviante e tendenziosa del graffito del Palatino, su cui v. infra la mia bibliografia), e per forza di cose ignora il dibattito del ’900, che ha registrato anche ulteriori testimonianze archeologiche.

«[…] Gesù doveva essere appeso a un palo come un criminale maledetto. A questo proposito l’apostolo Paolo scrisse: “Tutti quelli che dipendono dalle opere della legge sono sotto la maledizione; poiché è scritto: ‘Maledetto chiunque non persevera in tutte le cose scritte nel rotolo della Legge per metterle in pratica’. . . . Cristo ci liberò mediante acquisto dalla maledizione della Legge, divenendo una maledizione invece di noi, perché è scritto: ‘Maledetto ogni uomo appeso al palo’”. — Gal 3:10-13».

 

Il Vecchio Testamento fa testo per il credente, ma non fa testo per lo storico. Quanto a Paolo, poteva ben giocare sul doppio senso di staurós, palo in antico, croce nel presente. Per meglio dire, a Paolo interessa il significato della maledizione, non certo disquisire sulla forma della croce. Così come faranno in seguito, citando parimenti Deut. 21, 23, un assertore della croce come Tertulliano in Adversus Marcionem, 3, 18; e Agostino, Conf. 9, 13, 35.

«Uso figurativo. “Palo di tortura” a volte sta per sofferenze, vergogna o tortura subite perché si è seguaci di Gesù Cristo. Infatti Gesù disse: “Chi non accetta il suo palo di tortura e non mi segue non è degno di me”. (Mt 10:38; 16:24; Mr 8:34; Lu 9:23; 14:27) L’espressione “palo di tortura” è usata anche per rappresentare la morte di Gesù al palo, per mezzo della quale sono possibili la redenzione dal peccato e la riconciliazione con Dio. — 1Co 1:17, 18».

 

Uso metaforico che però non aiuta a stabilire il significato proprio di staurós nel I° secolo d.C. Tralascio gli ulteriori capoversi che si muovono sullo stesso cliché, dando per scontata una tesi che deve ancor essere dimostrata. Quest’uso figurativo non fa che cercar di rendere il senso metaforico di crux. ma non aggiunge nulla ad una puntuale esegesi.

 

Da altra fonte internettiana (ma orig. NWT) :

 

«[…] Gli ispirati scrittori delle Scritture Greche Cristiane scrissero nel greco comune (koinè) e usarono la parola stauròs con lo stesso significato del greco classico, quello cioè di palo semplice, senza alcuna specie di braccio trasversale incrociato in alcun modo. Non c’è nessuna prova del contrario. Gli apostoli Pietro e Paolo usarono anche la parola xỳlon per riferirsi allo strumento di tortura sul quale fu inchiodato Gesù, e ciò dimostra che era un palo verticale senza braccio trasversale, poiché questo è ciò che significaxỳlon in questa particolare accezione. (At 5:30; 10:39; 13:29; Gal 3:13; 1Pt 2:24) Nei LXX troviamo xỳlon in Esd 6:11 (2 Esdra 6:11), dove se ne parla come di una trave a cui il violatore della legge doveva essere appeso, come in At 5:30».   Non c’è forse prova del contrario, ma nemmeno v’è prova del palo semplice. Anzi, gli indizi storici in diversa direzione sono numerosi. È comunque un fatto che nel II° sec. d. C. il passaggio semantico di staurós = crux sia già avvenuto (Barnaba, Giustino, Ireneo, Plutarco, Luciano etc.); xýlon, v. supra, non dimostra proprio nulla, in quanto legato al valore di staurós. Chi ha scritto pretende spiegare staurós da xýlon quando al contrario è xýlon che va spiegato da stauròs, ovvero si scambia l’effetto con la causa. E resta ancora da dimostrare il significato di staurós nella seconda metà del I° secolo d. C. cui si fan risalire molti libri del NT. Si noti, molti, ma non tutti: alcuni, secondo diversi studiosi, risalgono proprio agli inizi del II° secolo, a cambio semantico presumibilmente già avvenuto: ci si ricordi che al primo secolo potrebbe appartenere la Lettera di Barnaba, e quindi essere scritta pochi anni dopo gli Atti e addirittura precedere il Vangelo di Giovanni. Ipotesi controverse per cui rimando alla mia bibliografia. Rimane però il fatto che l’uso traslato — attestato — di staurós non pare comunque troppo distante dalla redazione dei Vangeli.
«Il dizionario latino di Lewis e Short dà come significato basilare [«basic» nella NWT ] di crux “albero, forca o altro strumento di legno per l’esecuzione capitale, su cui erano messi al palo o appesi i criminali”. Negli scritti di Livio, storico romano del I secolo a.E.V., crux significa un palo semplice. “Croce” è solo un significato posteriore di crux. Un palo semplice per mettere al palo un criminale era chiamato in latino crux simplex. Un simile strumento di tortura è illustrato da Giusto Lipsio (1547-1606) nel suo libro De cruce libri tres, Anversa, 1629, p. 19. La fotografia della crux simplex in questa pagina è stata riprodotta dal suo libro».  

Infelice traduzione dall’Inglese ove oltretutto i Lewis-Short (1879!) non parlano di significato «basilare», ma «generico» (come generiche sono le sue due citazioni a immediato supporto Sen. Prov. 3, 10; Cic. Rab. Perd. 3, 10 sqq. che non implicano affatto uno staurós):

«In gen‹eral›, a tree, frame, or other wooden instruments of execution on which criminals were impaled or hanged» (Lewis-Short 1891, p. 485; corsivi nel testo).

Ove però frame (pr. ‘struttura, telaio’, qui forse ‘impalcatura’) è più generico di «forca»; e quel «messi al palo» sarebbe forse giustificato da *put on the stake, ma non da impaled, ‘impalati’ (se la TNM si sente oggi libera di farne traslato ciò non significa che i Lewis-Short, nell’800, fossero così corrivi). Se il TdG pretende che staurós significhi nel NT solo ed esclusivamente ‘palo’, anch’io pretendo che impalement (ibid., NWT) significhi solo ed esclusivamente ‘impalamento’, iuxta Turcarum consuetudinem, come scrive il Gretserus, quasi contemporaneo del Lipsius. Ammettere una deriva significa rendere lecita e possibile l’altra. Gratuita asserzione anche quella su Livio: perché nelle sole sei occorrenze del termine che ci ha lasciato non è mai definito se la crux sia simplex o compacta; per cui si tratta di una citazione non solo tendenziosa, ma senz’altro falsa. Quanto all’affermazione che «“Croce” è solo un significato posteriore di crux», mi complimento vivamente con il redattore, perché di un termine che si è cercato invano di collegare all’indoeuropeo, per poi vagamente parlare di origine mediterranea (probabilmente il punico), senza alcun serio addentellato semantico, sembra abbia risolto l’enigma che i maggiori linguisti non sono riusciti a risolvere in due secoli… Infine la crux simplex: ammetto la mia ignoranza, ma non mi risulta affatto che i Latini l’abbiano mai chiamata in questo modo. Tant’è che Giusto Lipsio ha bisogno di specificare la sua terminologia: «Duplex genus Crucium statuo, Simplex & Compactum» (Ivsti Lipsi De Cruce libri tres, Antuerpiae, ex officina Plantiniana, apud Viduam, & Ioannem Moretum, 1594, p. 8; il buon filologo solitamente non cita da edizioni postume: 1594, 1595, 1597, 1599, 1606, e magari altro). Quanto infine alla polemica per aver omesso di indicare che il Lipsio riportava anche le illustrazioni delle altre croci, o per non aver detto che egli sosteneva la tesi della crux immissa, la lascio di cuore ai TdG e ai loro detrattori. In ogni caso è più grave, supra, la citazione monca di J. D. Douglas, perché in quel caso i TdG ne travisano e ne falsano effettivamente volontariamente e manifestamente il pensiero.

«Il libro Das Kreuz und die Kreuzigung (La croce e la crocifissione), di H. Fulda, Breslavia, 1878, p. 109, dice: “Gli alberi non erano disponibili dappertutto nei luoghi scelti per l’esecuzione capitale pubblica. Perciò si conficcava nel terreno un semplice palo. Su questo i fuorilegge venivano legati o inchiodati con le mani levate verso l’alto, e spesso venivano loro inchiodati anche i piedi”. Dopo aver presentato molte prove, Fulda conclude alle pp. 219, 220: “Gesù morì su un semplice palo di tortura: A sostegno di ciò testimoniano (a) l’uso allora consueto di questo mezzo di esecuzione capitale in Oriente, (b) indirettamente la storia stessa delle sofferenze di Gesù e (c) molte espressioni dei padri della chiesa primitiva”».  

Libro di 133 anni fa, quindi datato e discutibile. Come ho detto il processo di Gesù fu affare di stato, e quindi rigido alla prassi ufficiale romana. Il Fulda generalizza quelle che erano procedure più o meno sommarie e di scarso rilievo politico e giuridico, imposte da contingenze che Gerusalemme, capitale della Giudea, e il suo governatore non potevano assolutamente concedersi. Quindi, parafrasando il Fulda: Gesù morì su una croce: a sostegno di ciò testimoniano (a) l’uso allora consueto di questo mezzo nella prassi romana, (b) direttamente la storia stessa delle sofferenze di Gesù, conformi a detta prassi (c) molte espressioni dei padri della chiesa primitiva”, che a quanto parrebbe, il Fulda avrebbe dimenticato. Per inciso, poi, il Fulda non parla affatto di ‘palo di tortura’, traduzione tendenziosa e inadeguata dei TdG: egli dice (p. 219): «Jesus starb am einfachen Todespfahl»; corsivo mio, ove der Todespfahl è propriamente il ‘palo del supplizio’ (lett. ‘palo della morte’).

«P. W. Schmidt […], nella sua opera Die Geschichte Jesu (La storia di Gesù), vol. 2, Tubinga e Lipsia, 1904, pp. 386-394, fece uno studio dettagliato della parola greca stauròs. A p. 386 della sua opera disse: “σταυρός [stauròs] significa ogni palo o tronco d’albero in posizione eretta”. Riguardo all’esecuzione della pena inflitta a Gesù, P. W. Schmidt scrisse alle pp. 387-389: “Oltre alla flagellazione, secondo i racconti evangelici, per quanto riguarda la pena inflitta a Gesù va presa in considerazione solo la più semplice forma di crocifissione romana: l’appendere il corpo svestito ad un palo, il quale, fra l’altro, Gesù dovette trasportare o trascinare fino al luogo dell’esecuzione per intensificare l’infamante pena. . . . Qualsiasi cosa diversa dall’essere semplicemente appesi è esclusa dal fatto che spesso si trattava di esecuzioni capitali in massa: 2.000 in una volta da Varo (G. Flavio, Antichità giudaiche XVII 10. 10), da Quadrato (Guerra giudaica II 12. 6), dal procuratore Felice (Guerra giudaica II 15. 2 [13. 2]), da Tito (Guerra giudaica VII 1 [V 11. 1])”».   Scritto tendenzioso, e che non tien conto di una sana filologia, della linguistica, della tradizione storica e di alcune elementari regole del buon senso. La «più semplice forma di crocefissione romana» non può invocarsi in un processo di stato, con presenti le più alte autorità politiche e religiose. Quanto alle esecuzioni di massa, chi le mette in dubbio? In tempi di guerra la giustizia è sommaria e sono il primo a ritener ragionevole che i seimila compagni di Spartaco possano essere stati inchiodati persino agli alberi della via Appia. Lo si è sempre fatto in tutti i secoli, lo si fa, purtroppo, ancora oggi. Ma il processo "solenne” di Gesù era fuori di questi schemi sommari, e, almeno, la legalità, vera o finta che fosse, doveva venir salvaguardata. Per cui, dal lato formale, non si poteva tralasciare nulla, ma agire nel pieno rispetto della prassi istituzionale dei Romani; i quali erano elastici quanto alle tradizioni religiose dei popoli soggetti, ma sul diritto non sacrificavano un iota. Paragonare le esecuzioni di massa in tempo di guerra con quella istituzionale di Gesù è stupidamente ingenuo, oltre che privo d’acribia, anche a prescindere, nella fattispecie, dai numerosi indizi contrari.

 

Prove indiscutibili, prese singolarmente, forse no, ma indizi probanti ve ne sono veramente a iosa (ricordo che, in giurisprudenza, suol dirsi che tre indizi fanno una prova), per sottovalutarli a cuor leggero: le molteplici testimonianze di Plauto, che rimandano all’uso di patibulum + stipes. La citata testimonianza di Cicerone, che rimanda a uno stipes conficcato nel terreno prima dell’esecuzione (e quindi è giocoforza ritenere che il condannato non potesse portarlo sulle spalle, ma che dovesse fare l’ultimo viaggio legato al patibulum), Le testimonianze del Nuovo Testamento: Giovanni 19, 17 ove si allude al patibulum e non allo stipes, Matteo 27, 37 (la "prova” indiziaria del titulus, sopra la testa di Gesù, non sopra le mani). Giovanni 20, 25 ovvero i segni dei chiodi, al plurale, nelle mani (perché Tommaso non dice «non vedo il segno del chiodo sulle mani»?) Così Pietro 6, 21 «gli estrassero i chiodi dalle mani»; Giovanni 21, 18-19 «quando sarai vecchio ‹es›tenderai le tue mani». Poi vi sono le prove patristiche: Barnaba, Giustino, Ireneo, Tertulliano, Minucio Felice, Ippolito ecc. (è alquanto strano che non rimanga traccia di una tradizione inversa…). Poi le testimonianze di Seneca, Luciano, Plutarco ecc. Poi ancora il graffito pompeiano, e il graffito del Palatino. Poi il ritrovamento novecentesco dei resti di un uomo crocefisso in Gerusalemme non molti anni dopo Gesù. Ed altro che non sto a ricordare, perché pare inutile cercar di convincere coloro che “hanno orecchi ma non odono” (cfr. Marco 8, 18). Tutte queste testimonianze vengono puntualmente “confutate” dai TdG. È un po’ come la storia dei fratelli di Gesù, su cui la Chiesa Cattolica cavilla su ogni versetto, senza portare una sola prova reale contro l’inconsistenza della verginità di Maria post Christum natum (che lo storico potrebbe addirittura retrodatare ante Christum natum). Lo stesso, con minor finezza e documentazione assente, mi sembra facciano i TdG: l’unica vera “prova” che portano è che, fino alla koiné, staurós significa semplicemente ”palo”, dimenticandosi anche che la lingua della koiné è una lingua “franca”, e quindi tendenzialmente essenziale e polisemica. In mancanza d’altro non vedo la ragione di abbandonare il racconto tradizionale, documentato assai meglio di tanta storia antica che accettiamo senza batter ciglio.

Quanto infine al passaggio semantico di staurós a crux, esso è stato agevolato non solo dalla conquista romana, ma dalla realtà storica in cui l’uomo del primo secolo a. C. viveva. Ti guardavi intorno e non vedevi affatto delle croci. Vedevi effettivamente, nei luoghi a ciò deputati, dei pali, degli stipites. (Oltre al cit. Cic. Rab. perd. 3, 10 è rilevante anche Id. Verr. 66, 169, ove si dice che «i Messinesi avevano, come loro uso, le “croci” piantate dietro la città», che Verre per aggiungere crudeltà a crudeltà, non adoperò nel caso di Gavio). Poi, nelle esecuzioni, su quegli stipites si sarebbe innalzato il patibulum. Per cui, potevi ben chiamarli staurói. Anche perché non avevi a disposizione un altro termine. Il Latino poteva opporre crux a stipes, ma il Greco non conosce l’opposizione (skólops non è che un sinonimo stretto di staurós, e l’un termine rimanda all’altro), per cui non gli rimanevano che due scelte: o inventarsi un nuovo vocabolo, o estendere metaforicamente l’uso di quelli che già possedeva. Come spesso accade in linguistica, si privilegiò l’ipotesi più economica, e si estese il significato del termine. Ciò avvenne molto per tempo, perché molto per tempo i popoli soggetti a Roma, non solo gli Ebrei, impararono a conoscere le croci degli invasori.

All’inverso contesterei l’abusato luogo comune TdG che crux significasse originariamente stipes o chissà che. I vari dizionari, da me consultati (inclusi quelli etimologici che sarebbero i primi da consultarsi, ma che i TdG stranamente, e con assoluta mancanza di competenza scientifica, non citano mai), cominciando dal classico Forcellini, non danno quest’appiglio. Niente in contrario all’uso traslato, evidente in alcuni casi (nel cit. Cic. Rab. perd. è chiaro che Cicerone console fece togliere dal Campo Marzio non la crux, ma lo stipes). Il termine crux pare non indoeuropeo, ma mediterraneo, e con discreta probabilità di origine cartaginese (cfr. gli Ernout-Meillet). Ma non v’è nulla, con buona pace dei TdG, che possa immaginarlo sinonimo del senso stretto e originario di staurós (se mai lo si è collegato, forse a torto, con termini indoeuropei che danno idea di qualcosa di curvo, ess. nel Walde-Hofmann).

OK, concludo da dove eravamo partiti, cioè Matth. 27, 22: «Pilato disse loro: “Che farò dunque di Gesù il cosiddetto Cristo?” Tutti dissero: “Al palo!”». La traduzione italiana dei TdG è letterale, ma ineccepibile, e deve la sua eleganza al non aver pedissequamente copiato la consorella inglese. Quegli uomini dissero veramente «al palo»; fosse stato nel Medio Evo avrebbero detto ‘al palo’ per mandare al rogo qualcuno. Fosse stato in tempi recenti avrebbero usato la stessa espressione per dire ’fucilatelo’. Fosse stato un Apache lo avrebbe detto pensando al palo di tortura. Nel primo secolo E.V., in piena epoca imperiale, significava ‘alla croce’: E probabilmente anche prima: quando un Diodoro, un Polibio parlano di staurói, avevano sott’occhio le croci romane. Per cui nulla vieta, anzi! di ribaltare il tutto e pensare che anche in età ellenistica staurós avesse già acquistato il significato aggiunto di ‘croce’. Di sicuro v’è che un termine greco proprio, non ambiguo, non è tramandato. Per cui che vocabolo avrebbe potuto usare Polibio (~ 208-126 a. C.) per indicare la croce a due bracci? Argumentum ex silentio, ma questa volta per nulla peregrino.

 

Appendice

La salita al Calvario

L’ultimo viaggio di Gesù, verso il Golgota è importante per l’esegesi; da abbandonare la tradizionale immagine della via crucis, con Gesù su le spalle una croce. I sinottici dicono sempre ‘portare’, mai ‘trascinare’. Giovanni, che non menziona il Cireneo, è ancora più chiaro, e rimanda espressamente alla prassi romana del patibulum. Sembra assai improbabile — non dico impossibile — che ivi si possa alludere a uno stipes. Certa invece è la tendenziosità della traduzione dei TdG. che non esitano a tradurre col traslato il senso stretto, e viceversa. Le citazioni sono tratte dai migliori siti web, e andrebbero però ricontrollate. Ma per un assaggio, credo possano bastare.

 

Joh. 19, 17:

GR — καὶ βαστάζων ἑαυτῷ τὸν σταυρὸν ἐξῆλθεν εἰς τὸν λεγόμενον Κρανίου τόπον, ὃ λέγεται Ἑβραϊστὶ Γολγοθᾶ

LAT — Et bajulans sibi crucem exivit in eum, qui dicitur Calvariæ locum, hebraice autem Golgotha:

TNM — Ed egli, portando da sé il palo di tortura, uscì verso il cosiddetto Luogo del Teschio, che in ebraico si chiama Gòlgotha;

CEI — ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota,

 

Si noti quel «portando» che non rende bene né il greco che il latino: in effetti sia bajulans che βαστάζων rimandano al trasporto sulle spalle o sul dorso, in senso proprio come un asino (l’ital. ‘basto’ deriva in effetti da βαστάζω). Quindi abbandoniamo pure l’immagine tradizionale di Gesù che “trascina” la sua croce. O aveva sulle spalle il patibulum, o lo stipes. Più ragionevole, pratico ed economico pensare al patibulum.

 

Matth. 27, 32

GR — Ἐξερχόμενοι δὲ εὗρον ἄνθρωπον Κυρηναῖον, ὀνόματι Σίμωνα: τοῦτον ἠγγάρευσαν ἵνα ἄρῃ τὸν σταυρὸν αὐτοῦ. 35 σταυρώσαντες δὲ αὐτὸν διεμερίσαντο τὰ ἱμάτια αὐτοῦ βάλλοντες κλῆρον,

LAT — Exeuntes autem invenerunt hominem Cyrenæum, nomine Simonem : hunc angariaverunt ut tolleret crucem ejus. 35 Postquam autem crucifixerunt eum, diviserunt vestimenta ejus, sortem mittentes

TNM — Mentre uscivano trovarono un nativo di Cirene di nome Simone. Essi costrinsero quest’uomo a prestare servizio, perché sollevasse il suo palo di tortura. cfr. 35 E, messolo al palo, distribuirono i suoi abiti gettando le sorti.

CEI — Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. cfr. 35 Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte.

 

Qui tolleret e ἄρῃ (‘sollevasse’, dal basso all’alto) son più generici di baiulo. Ma è ambigua la traduzione della TNM, che, nella loro logica, andrebbe invertita: in 27, 32 il solo ‘palo’, in quanto usato in senso stretto; te lo immagini un centurione che dice al Cireneo: «Ehi tu, solleva il suo palo di tortura»? o non piuttosto, in buon romagnolo «Te, là, ciapa só che pèl!» («Tu, là, prendi su quel palo!»); in 27, 35 può starci al limite anche il figurato, per cui, dei due passi è quest’ultimo che giustificherebbe meglio ‘palo di tortura’.

 

Marc. 15, 20 s.

GR Καὶ ἐξάγουσιν αὐτὸν ἵνα σταυρώσωσιν. αὐτόν 21 καὶ ἀγγαρεύουσιν παράγοντά τινα Σίμωνα Κυρηναῖον, ἐρχόμενον ἀπ' ἀγροῦ, τὸν πατέρα Ἀλεξάνδρου καὶ Ῥούφου, ἵνα ἄρῃ τὸν σταυρὸν αὐτοῦ.

LAT — et educunt illum ut crucifigerent eum. 21 Et angariaverunt prætereuntem quempiam, Simonem Cyrenæum venientem de villa, patrem Alexandri et Rufi, ut tolleret crucem ejus.

TNM — E lo condussero fuori per metterlo al palo. 21 E costrinsero un passante, un certo Simone di Cirene, che veniva dai campi, il padre di Alessandro e di Rufo, a prestare servizio, sollevando il suo palo di tortura.

CEI — poi lo condussero fuori per crocifiggerlo. 21 Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo.

 

Anche qui, nella TNM palo e palo di tortura andrebbero inveriti (cfr. anche 15, 24). Non è solo questione filologica, ma estetica: una traduzione dovrebbe suonar bene, e questa, sic et simpliciter, suona male.

 

Luc. 23, 26

GR — αὶ ὡς ἀπήγαγον αὐτόν, ἐπιλαβόμενοι Σίμωνά τινα Κυρηναῖον ἐρχόμενον ἀπ' ἀγροῦ ἐπέθηκαν αὐτῷ τὸν σταυρὸν φέρειν ὄπισθεν τοῦ Ἰησοῦ.

LAT — Et cum ducerent eum, apprehenderunt Simonem quemdam Cyrenensem venientem de villa : et imposuerunt illi crucem portare post Jesum.

TNM — Ora, mentre lo conducevano via, presero Simone, un nativo di Cirene, che veniva dai campi, e posero il palo di tortura su di lui perché lo portasse dietro a Gesù.

CEI — Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù.

 

Qui φέρειν e portare sono discretamente neutri. Al solito, ‘palo di tortura’ è ridondante e ingiustificato.

 

P. S. — Altra immagine da dimenticare la distinzione di Gesù, crocefisso con crux immissa e i due ladroni con crux commissa (o più raramente su crux simplex). Non ho mai capito questa “antidemocratica” distinzione. Meglio varrebbe raffigurarli tutti e tre su uno staurós. Ma forse mi sfugge qualcosa. Non mi sfugge però nulla se, quanto alla deposizione, contrariamente a tanto bella iconografia, forse era più agevole non schiodare il crocifisso dal patibulum, ma togliere il patibulum stesso, per la prossima esecuzione, e poi schiodare il crocifisso. I piedi? Be’, certo quelli li dovevano schiodare prima; ma erano solo a un metro, o poco meno, da terra.

 

 

P. S. — Questa paginetta ha avuto un duplice onore: prima, di essere cortesemente ospitata in un forum di un bel sito antiTdG, cui, non solo per dovere, ho di buon grado partecipato:

http://forum.infotdgeova.it/viewtopic.php?f=30&t=8256&start=0&hilit=stauros [08-09/11]

poi di essere polemicamente criticata in un forum TdG; nondimeno, a seguito di un loro cortese invito, ho partecipato anche a questo secondo forum, che si è svolto, pur nella differenza di opinioni, con pacatezza e rispetto reciproco:

http://freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=9901090&p=1 [08-09/11]

Ringrazio entrambi i forum per gli apprezzamenti, e per le critiche, di cui ho cercato di far tesoro.

Mini Webliografia [all’11 agosto 2011]

Il "ripristino" del nome di Dio — Critica precisa e ben documentata, solo a tratti polemica, sulla sostituzione del nome Geova a κύριος, e, più in generale, al teragramma JHVH, con ulteriore biblio-webliografia. Il sito contiene anche pagine ben documentate sulla questione dello staurós, di cui segnalo quelle sul graffito del Palatino, che letteralmente demoliscono le tendenziose pagine del Parsons (The non-christian cross, cit. pp. 36-39).

La lingua del Nuovo Testamento: greco od ebraico? — Articolo ben informato sulla lingua adoperata in origine nel NT.

Westcott & Hort contro Textus Receptus: Quale è Superior — Articolo filologico, per addetti ai lavori.

Radici Ebraiche del Nuovo Testamento — Sulla lingua originale del NT, e sul sostrato semitico del Greco ivi impiegato.

Cronologia degli scritti del Nuovo Testamento — Pagine molto belle e istruttive sulla contestata cronologia del NT, con un interessante cenno finale all’ipotesi di una sua anticipazione (che di fatto renderebbe inaccettabile l’ipotesi da me ventilata di una precedenza della lettera di Barnaba rispetto agli scritti giovannei).

Per la via crucis e la sua lunghezza cfr. File:Tappe processo Gesù, nonché I luoghi della Passione e della Risurrezione ma soprattutto: Da dove è partita la Via Crucis?

croce.pdf — Scritto ampio e ben documentato, con centinaia di citazioni della tradizione, atte a chiarire il significato autentico di staurós nel NT. Ovviamente contro la tesi dei TdG, ma sempre scientifico e mai polemico. Chi desideri puntuali citazioni, che nel testo ho spesso omesso per brevità, qui ne troverà d’avanzo.

Croce-O-Palo.pdf — Un’altra pagina interessante, e ricca di bella iconografia.

Bibbia CEI 2008 - Introduzione generale — Testi, con commento, della Bibbia della Conferenza Episcopale Italiana 2008.

Bibbia on-line: Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture - Sito ufficiale dei Testimoni di Geova

Online Bible: New World Translation of the Holy Scriptures - Jehovah's Witnesses Official Web Site

NEW ADVENT BIBLE: The Best Online Bible in the World — Testo greco, latino e inglese della Bibbia, a raffronto verticale, nello stile dei classici Hexapla.

Reference Bible NWT page. 1577-1578 5C “Torture Stake” — La versione inglese NWT di alcuni passi qui commentati, utile a chiarirne il senso e le divergenze con quella italiana (es. sull’uso traslato di ‘impalare’ in riferim. a Gesù: «we have rendered it “impale,” with the footnote: “Or, ‘fasten on a stake (pole)») .

Il testo inglese di J. D. Douglas può leggersi (ma va cercato) in http://members.iinet.net.au/~sejones/quotes/JiJ/jwuq0803.html, con puntuali citazioni, che rimandano alla ristampa del 1988. Questo sito è un’autentica miniera di citazioni.

 

 

© Angelo “quixote” Fregnani.

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10.08.2011—> 20.01.2016